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Lo confesso senza vergogna: ho il visto il primo Il Diavolo veste Prada due ore prima di andare a vedere il secondo al cinema. La sera stessa. Come una persona normale.
Non era una film che mi mancava. Non passavo le notti a fissare il soffitto a pensare ‘ma Andy Sachs, alla fine, si sarà tenuta quegli stivali Chanel?”. E invece eccomi qui, un pomeriggio sul divano, a recuperare vent’anni di ritardo in un colpo solo – con quella stessa energia di chi studia il programma la mattina di un esame universitario.
E sapete com’è andata? Che il sequel mi è piaciuto più del primo.
Calma. Non sto dicendo che sia un capolavoro assoluto. Ma è un film che parla di adesso – e questo fa la differenza.
La fine di un impero (e di una giacca)
Nel 2006 Runway era l’emblema di un sistema preciso e spietato: gerarchie ferree, abiti da tremila dollari e assistenti che correvano h24 per uno stipendio da fame (nulla di nuovo sotto il sole, direte voi). Un mondo crudele che però funzionava, e lo sapeva bene. Miranda Priestly lo comandava come un generale in Chanel – e tutti sapevano qual era il loro posto.
Vent’anni dopo quel mondo non esiste più. O meglio – esiste ma è stato surclassato da reels, micro – influencer e newsletter scritte da ventunenni in pigiama. E Runway non sa esattamente cosa farsene.
Il momento che mi ha più colpito? Miranda – la stessa che nel primo film usave le stagiste come appendiabiti umani – nel sequel si appende la giacca da sola. Una scena di tre secondi. Più devastante. È la solitudine professionale di chi ha costruito un impero e si ritrova a gestirlo senza cortigiani, perchè ormai i cortigiani hanno aperto un profilo Instagram e si sono messi in proprio.
Il vero protagonista è il tempo (e fa più paura di Miranda)
Il motore di questo film non è Miranda nè Andy. È il tempo che scorre, e la velocità mediatica che ha smesso di credere nella carta stampata senza un’email di preavviso.
Andy Sachs è diventata una giornalista vera. Sicura, matura, con una vita che funziona e gli stessi identici valori di vent’anni fa – il che, a pensarci, è ammirevole e leggermente inquietante. Nel 2006 aveva avuto il coraggio di lanciare il telefono in una fontana parigina e lasciare Runway. Eppure, torna. Ma cosa spinge una persona a rientrare in quel circolo vizioso, nonostante tutto il successo? Il fatto che, forse, da certi mondi non si esce mai per davvero.
E poi ci sono le nuove assistenti. Una Gen Z pura, cristallina, incorruttibile. Ragazze che non abbassano la testa, che non fingono di non avere opinioni e che hanno un thread su come Miranda Priestly sia un caso studio di leadership tossica. Sono l’opposto dell’Andy del 2006, quella che invece subiva per sopravvivere. E Runway non sa come gestirle.
Perché vederlo?
Il Diavolo veste Prada 2 non dà risposte preconfezionate. Si limita a mettere in scena il momento esatto in cui un impero smette di essere eterno e deve decidere cosa fare di se stesso.
E lo fa in modo semplice. Divertente. Senza prendersi sul serio. Dimostrando che a volte i sequel non sono un errore.
A volte.
