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Un giorno entri in una gelateria per un cono al pistacchio. E il giorno dopo scopri che quel gusto è diventato un caso politico.
Sì, sto parlando della gelateria di Catania che ha deciso di chiamare un gusto “Pistacchio Gay”. Nel giro di poche ore, quella che era nata come una trovata marketing locale si è trasformata in un oggetto di polemica nazionale. Mancavano solo i talk show del pomeriggio o un decreto legge.
Social: tribunale supremo del gusto
Come da copione, i social network si sono attivati subito. I leoni da tastiera si sono scatenati tra reazioni indignate, difese, accuse di stereotipi o spiegazioni infiniti su cosa si possa o non si possa dire nel 2026. Lo schema è lo stesso: una parola, un nome, un’idea – e internet entra in modalità tribunale.
Le critiche sono arrivate anche da esponenti e sostenitori della comunità LGBT, che hanno giudicato il nome riduttivo e inappropriato. Altri, invece, hanno liquidato la questione come l’ennesimo esempio di indignazione per qualcosa che, alla fine, resta pur sempre un gusto di gelato.
Prendiamoci un gelato, non troppo sul serio
Posso dirlo, sinceramente, senza essere poi convocata davanti al tribunale dei social?
Forse – e sottolineo forse – ogni tanto sarebbe salutare ricordare che non tutto è un attacco. Non tutto è una provocazione. Tutti noi- comunità LGTB compresa, e non solo – dovremmo imparare a prenderci un po’ meno sul serio. Non perché le battaglie non siano importanti, ma perchè non ogni cosa costituisce automaticamente un’offesa personale.
Il punto non è se un pistacchio possa essere gay (spoiler: no). Il punto è che abbiamo un talento straordinario nel prenderla malissimo per cose minuscole – e poco serie – trasformandole in crociate identitarie. Paradossalmente, quando poi si presentano problemi veri, le liquidiamo con un’alzata di spalle.
Il pistacchio non ha diritto di voto
Dopotutto, il “Pistacchio Gay” non ha tolto i diritti a nessuno, non ha cancellato conquiste sociali e non ha riportato indietro l’orologio della civiltà. Si è solo sciolto, come fanno tutti i gelati.
Il vero problema non è il nome sulla vaschetta, ma il bisogno costante di trovare qualcosa per cui indignarsi. Perché sui social funziona così: dura poco, fa tanto rumore e lascia una strana sensazione di appiccicoso addosso.
